03/05/2008

Dirty Deeds Done Dirt Cheap

Uno dei principi più semplici delle leggi di mercato è che più si vende e più si guadagna. E’ una cosa talmente semplice che la sanno anche i bambini che cercano di guadagnare, come esemplificato da Lucy nelle strisce dei Peanuts, vendendo limonata fatta in casa. Il meccanismo è piuttosto semplice: se si vendono poche o nessuna limonata, si guadagnerà poco o niente del tutto; se si vendono tante limonate si guadagna tanto, e quante più se ne vendono tanto più alte saranno le entrate.

Nell’attuale querelle su redditi-on-line-sì/redditi-on-line-no, quello che stupisce è la reazione dei cosiddetti “grillini” di fronte alla scoperta dell’entità delle entrate del loro Guru – soprattutto se si tiene anche conto del fatto che si tratta di un reddito che fa riferimento a tre anni fa, cioè ad un periodo in cui il suo seguito era inferiore a quello che è stato nell’ultimo anno.

Indipendentemente da quale possano essere le valutazioni sui contenuti espressi dal comico, ci sono almeno due punti che possono essere fissati al di là di ogni ragionevole dubbio. In primo luogo, periodicamente Grillo si esibisce in spettacoli a pagamento in tutta Italia, spesso realizzando il tutto esaurito: e questa è un’ottima fonte di guadagno. Inoltre Grillo gestisce uno dei blog più visitati a livello mondiale, e lo usa anche come vetrina commerciale per la vendita ondine dei suoi prodotti (libri, DVD, etc…): e anche questa è un’ottima fonte di guadagno. A partire da simili premesse, non ci vuole un raffinato genio della finanza per ipotizzare che se si utilizzano contemporaneamente due ottime fonti di guadagno, quello che si otterrà sarà, con un elevato grado di probabilità, un notevole reddito.

E invece i “grillini” si scandalizzano per i guadagni del comico, come se lui avesse tenuto loro nascosto che da queste attività guadagnava e bene. Anche perché risulta piuttosto difficile nascondere un interesse economico mentre si chiedono soldi per biglietti d’ingresso, libri, DVD e quanto altro. Grillo chiedeva soldi in cambio di merce (come accade normalmente da secoli) e di fronte a queste richieste i “grillini” pagavano con convinzione comprando i libri, i DVD e correndo ad accaparrarsi i biglietti degli spettacoli per evitare di rimanere senza posto. E invece adesso, sfondando contemporaneamente i limiti del buon senso e del ridicolo, una buona parte di quegli stessi che gli hanno fornito soldi a pioggia si stupiscono per la misura del suo reddito.

È come se gli abitanti di un paese corressero ogni giorno a comprare la limonata di un bambino, per poi stupirsi nel momento in cui lo vedono entrare in un negozio per acquistare una costosissima bicicletta e commentare scandalizzati: “Chissà dove ha preso tutti quei soldi?”
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18/04/2008

Uhn Tiss Uhn Tiss Uhn Tiss

Non è infrequente, per non dire che si tratta di una consuetudine ormai consolidata, indicare nei programmi televisivi, e soprattutto in alcuni in particolare, una delle principali fonti di iatture del paese italico. E neanche a dirlo, quest’immane sorgente di sventure troverebbe il proprio simbolo nei reality show. Tutto ciò viene spesso affermato come un fatto quasi indiscutibile. E questo sebbene non sembrino esistere studi scientifici in grado di dimostrare, quantomeno con un grado accettabile di approssimazione, in che modo si possa stabilire un rapporto di causa ed effetto tra il guardare alcuni tizi che passano il proprio tempo a discutere chiusi dentro una casa, o altri più o meno famosi che pescano pesci mezzi nudi su un’isola, e l’aumentare o il diminuire del livello di stupidità medio di un’intera popolazione.

Ovviamente i sofisticati (pseudo)intellettuali che amano lanciare strali infuocati contro una simile (a loro dire) barbarie culturale si guardano bene dall’addentrarsi nell’argomento e motivare razionalmente le loro argomentazioni. Al massimo, quello che si riesce a cavare sono alcuni balbettii a proposito del fatto che dedicando così tanto tempo agli spettacoli di intrattenimento puro, gli spettatori dei reality show sprecherebbero le loro energie nell’assistere a programmi vuoti e inutili anziché, ad esempio, a fonti di approfondimento ed informazione. Ed è proprio a partire da simili premesse che può essere interessante mettere a confronto, per quanto in modo molto sommario, un qualsiasi reality show, come ad esempio il Grande Fratello, e un generico programma di cosiddetto approfondimento politico. Dato che si tratta di programmi radicalmente differenti in quanto a contenuti, il confronto non può avvenire se non in termini di forma, vale a dire nel campo delle dinamiche verbali (e non solo) tra conduttori, partecipanti e il pubblico che assiste.

Dato che in entrambi ci sono dei conduttori e dei protagonisti che vengono intervistati, si possono mettere a confronto i diversi comportamenti. Nel caso del Grande Fratello, chi conduce la trasmissione si trova davanti un concorrente a cui fa alcune domande riguardanti, ad esempio, il suo comportamento dentro la “casa” o su gli altri concorrenti che erano assieme a lui, e puntualmente il concorrente risponde alle domande che gli vengono poste; non necessariamente in modo veritiero, ma comunque in attinenza al quesito posto. Nel programma a sfondo politico, posto come invitato un esponente di spicco, ad esempio, della maggioranza parlamentare, a fronte di eventuali domande del conduttore riguardanti l’attuale comportamento del governo e di altri esponenti della sua coalizione, le risposte tendenzialmente variano dalla congiuntura internazionale alla situazione ereditata dalla maggioranza precedente, da non meglio precisati impegni per il futuro a richieste di rispondere ad osservazioni fatte da altri ospiti in precedenza; anche in questo caso in modo non necessariamente in modo veritiero, ma spesso con scarsa o nulla attinenza rispetto al quesito posto.

A fronte di tutto questo, come reagisce il pubblico presente in studio? Nei reality show, raramente gli intervistati cercano di svicolare rispetto ai quesiti posti: in cambio di una domanda diretta il pubblico si aspetta di ottenere una risposta altrettanto diretta; se l’intervistato tergiversa, cerca di evitare di rispondere o di fare il furbo, il pubblico urla, si agita e fischia il proprio disappunto. Nei programmi d’approfondimento politico, svicolare rispetto ai quesiti posti rappresenta quasi una regola: il pubblico rimane in silenzio ad ascoltare ciò che risponde l’intervistato indipendentemente dalla sua attinenza alla domanda posta, e nei rari casi in cui si mette a vociare il proprio disaccordo viene prontamente richiamato all’ordine ed al silenzio dal conduttore.

Riassumendo. Da un lato ci sono degli intervistatori che pongono domande, degli intervistati che rispondono alle domande poste e un pubblico che si agita e protesta se questi cercano di fare i furbi; dall’altro ci sono degli intervistatori che pongono domande, degli intervistati che tergiversano o rispondono liberamente a domande non poste, e un pubblico che assiste a tutto ciò in silenzio. Quindi, ammettendo per ipotesi che la visione di un certo tipo di comportamento in televisione possa essere nocivo per la ragione, siamo proprio sicuri che siano i reality show la fonte di rincretinimento del paese?
postato da: blumfeld alle ore 22:17 | link | commenti
15/04/2008

Take This Job and Shove It

Cominciando a tirare le somme alla fine di questa tornata elettorale, una delle novita si è l'azzeramento parlamentare di quell'impiastro tendente ad un rosso stinto che rispondeva al nome di Sinistra Arcobaleno. Una forza che, in uno stupefacente sfoggio di disinvolta inconsapevolezza, idealmente si candidava alla guida del paese senza accorgersi che invece non guidava più nemmeno un terzo del suo elettorato di due anni fa. E quindi, la domanda che sorge è: dove sono finiti i voti della SA? Un dato di per sé imponderabile in modo preciso. Ma facendo della dietrologia basata su ipotesi si potrebbe dire: una buona parte nell'astensione di coloro che hanno deciso che è meglio non votare piuttosto che votare "tappandosi il naso"; una parte nel PD, proprio in funzione di quell'istanza anti-berlusconiana che per anni è stato il leitmotiv di coloro contro i quali adesso sembra essersi rivoltata; e data la vistosa crescita non sembra impensabile pensare anche a qualche drastico cambiamento in direzione della Lega.

La domanda che sorge spontanea a fronte di una tale ipotesi è: perché un lavoratore dovrebbe votare Lega? La risposta risiede, una volta spurgata dal qualunquismo razziale e del folclore pseudonazionalista del Carroccio, proprio nel tema dell'immigrazione. Ciò che le fascie basse chiedono ai propri rappresentanti sono principalmente lavoro e incolumità personale. E nel momento in cui tali istanze non vengono rispettate non può non esserci un distacco. L'immigrazione selvaggia come è stata a lungo propagandata da buona parte della sinistra non-più-parlamentare non era una "risorsa" ma un danno, in quanto fonte di incremento di criminalità e incertezze soprattutto negli strati più bassi della popolazione. E vedere in tutto ciò una forma di "arricchimento culturale" in quanto "il diverso è una risorsa" rappresenta esattamente quello scollamento tra una classe (aspirante) dirigente che accecata dalle proprie teorie perde di vista la realtà fino quasi a pretendere che questa vi si adegui, e una buona parte di quell'elettorato che si trova ogni giorno a constatare una dura realtà entro cui le candide teorie che piovono dall'alto hanno uno status più simile ad una favola da raccontare ai figli per farli addormentare che non ad un'analisi della situazione che possa preludere un qualche tipo di sviluppo.

Ma è ancora di più sul tema ideologico del conflitto sociale che la SA (e associati) si sono fatti sfilare il terreno sotto i piedi dai loro avversari, i quali senza tanti discorsi non hanno dovuto nemmeno affrontare un esame del problema, ma è bastato loro nominare (spesso magari in modo qualunquista, ma non per questo meno efficace a livello comunicativo) la radice di uno dei problemi: l'immigrazione selvaggia. Da un punto di vista rigidamente marxista, un'espressione come "gli immigrati sono una risorsa in quanto accettano di fare quei lavori che gli italiani non vogliono più fare" (e qualsiasi altra espressione similare) è semplicemente insostenibile. Sommariamente, in qualsiasi forma di economia politica, il valore di una merce viene determinato dall'equilibrio tra domanda e offerta, e la prestazione di manodopera non fa eccezione. Un aspetto, questo, che va ad acutizzarsi in un complesso ideologico come quello marxista dove la compravendita di forza lavoro, che generalmente si manifesta attraverso il rapporto sociale tra chi vende manodopera (genericamente i "lavoratori salariati") e chi la compra (genericamente gli "imprenditori"), tende ad assumere un connotato di conflittualità.

In breve, all'interno di qualsiasi scambio economico, una merce tende ad assumere un valore tanto più elevato quanto più è richiesto (ad es. l'oro), e tanto più basso quanto è meno richiesto (ad es. i coriandoli usati all'indomani del Carnevale). Ne consegue che se, dato un certo numero di lavoratori disponibili a fare un certo lavoro, questi poi all'atto pratico lo rifiutano in quanto ritengono il compenso inadeguato, aumenta la richiesta di tali lavoratori e di conseguenza aumenta il loro valore sul mercato. Se ad esempio la merce "raccoglitore di uva per la vendemmia" viene offerta dai lavoratori in quantità di gran lunga inferiori alle reali esigenze di mercato, arriva il momento in cui chi ne ha bisogno deve migliorare la propria offerta per renderla competitiva e far sì che le migliori condizioni economiche allarghino il raggio dell'insieme dei raccoglitori di uva, e includano anche chi in un primo momento aveva rifiutato tale occupazione. Ma è proprio in questo quadro che interviene il fattore "immigrato" nell'alterare il contesto a sfavore del lavoratore salariato: accettando di fare un lavoro a condizioni che gli altri lavoratori ritengono svantaggiose (o addirittura anche inferiori) toglie potere contrattuale alla forza sociale che offre manodopera in favore di chi invece ne ha bisogno.

Sostenere la libera circolazione dei lavoratori da un paese all'altro significa sostenere una forma di liberismo della manodopera, un principio che rappresenta il volto speculare e intranazionale di ciò che rappresenta la delocalizzazione su un piano internazionale: importazione di manodopera a basso costo per affermare anche sul piano locale la ricerca di manodopera a basso costo sul piano internazionale. Il che non rappresenta necessariamente un male in sé, e certamente non lo rappresenta per chi di questa manodopera si avvale (né tantomeno per chi a causa delle magari estremamente povere condizioni di miseria da cui proviene, non ritiene svantaggiose le condizioni offertegli). Onde evitare fraintendimenti: non si tratta nè di una questione razziale né di valori identitari o altri principi astratti di matrice più o meno nazionalista, più o meno folcloristica. Molto semplicemente si tratta di rilevare una lacerante contraddizione secondo cui non si può coerentemente sostenere posizioni a favore di un più o meno libero flusso migratorio e allo stesso tempo sostenere posizioni a favore delle classi sociali più basse. O lo schieramento con i lavoratori salariati o il liberismo della manodopera: ma non (il peggio di) entrambi contemporaneamente. In una società che non è più quella di inizio '900, non è sensatamente pensabile di sostenere la schizofrenia generata da un ultraliberismo della manodopera travestito da "integrazione" per poi correggerne gli scompensi in agitazioni di piazza e ricatti sociali di matrice pseudo-settantasettina. E questo con buona pace di tutti i trotzkisti, gli anticapitalisti, i rivoluzionari permanenti e chiunque continui, nel terzo millennio, ad arrabattarsi confusamente all'interno di categorie ottocentesche rese contradditorie dalla loro obsolescenza.
postato da: blumfeld alle ore 23:26 | link | commenti (2)
10/04/2008

True Faith

Continuano le proteste in favore dell'autonomia del Tibet, tanto che in occasione del suo passaggio da Parigi la torcia olimpica si trova ad essere spenta due volte a causa delle pressioni esercitate da un gruppo di attivisti pro-Tibet. Indipendentemente dal fatto che storicamente possa di volta in volta essere stata rispettata o meno, la torcia olimpica, quale simbolo dei relativi giochi, nell'immaginario collettivo è sempre apparsa come un segno di pace e non come uno strumento di lotta politica. Invece, paradossalmente, la richiesta di boicotaggio delle Olimpiadi si muove proprio in direzione della trasformazione dell'evento che, perlomeno in teoria, dovrebbe prevedere la tregua dei partecipanti in una zona di scontro .

Trascurando in quanto marginale e secondario il fatto che questo o altri gruppi di attivisti pro-Tibet possano essere una più o meno una sparuta minoranza, non sembra comunque possibile liquidare lo schieramento di una larga fetta dell'opinione pubblica dalla parte dei monaci solo come un semplice effetto di una propaganda mass mediatica. Infatti una parte di questa opinione, anche di fronte all'evidenza di dati storici, continua a sostenere le ragioni di quella che è in modo evidente un'oligarchia aristocratica che tenta di strumentalizzare l'esposizione mediatica della Cina in occasione dell'evento olimpico, al fine di una reazione volta a riaffermare privilegi da tempo perduti (come ad esempio viene esplicitamente sostenuto in questo sito a favore dell'indipendentismo tibetano). E tutto ciò non senza la collaborazione dei media istituzionali occidentali che non mancano di sottolineare frequentemente gli aspetti di repressione violenta da parte della polizia cinese accennando invece poco (o per nulla) alle vittime e ai danni causati dai rivoltosi che sono invece la causa concreta della reazione poliziesca, come ad esempio nel caso delle cinque commesse di età compresa tra i 18 e i 24 anni arse vive in un negozio di Lhasa.

Quella del Tibet pacifico e spirituale è un'immagine romantica che riesce a propagarsi nonostante l'evidenza di un Dalai Lama che riveste un ruolo politico molto concreto ed attivo, e al contempo ben poco spirituale, in tutta la vicenda - e un esempio di ciò è la sua risposta a Nancy Pelosi, presidente del parlamento statunitense, in cui, a seguito della dichiarazione di questa in favore di un Tibet indipendente, rispondeva ringraziando e definendo gli Stati Uniti come "campioni di libertà e democrazia". Una dichiarazione che non stupisce affatto se si considera che a partire dagli anni '60, come testimoniato dai documenti rilasciati nel 1998 dal Dipartimento di Stato statunitense, il Dalai Lama si trova inserito tra gli esuli tibetani nel libro paga della CIA. Un fatto questo che non solo non è mai stato smentito dal diretto interessato, ma che è stato confermato dalla sua dichiarazione secondo cui gli 1.7 milioni di dollari annuali che la CIA sborsava servivano per finanziare squadre di guerriglieri da mandare in Tibet per destabilizzare e poi rovesciare il governo maoista. E come del resto non stupisce se si pensa, per fare un altro esempio, che nel 2001 alla direzione del "Tibet Fund", un'organizzazione impegnata in prima linea nella propaganda dell'idea del Dalai Lama come legittimo sovrano del territorio tibetano, c'era anche Sharon Bush, cognata dell'attuale presidente degli Stati Uniti.

Distaccandosi da una visione idealizzata, e non suffragata da alcun dato, di un Tibet tanto pacifico e spirituale quanto inesistente, tutta la vicenda si spoglia di qualsiasi particolarità per diventare estremamente ordinaria. Facendo una breve panoramica, è facile notare come, prima dell'annessione cinese e come in qualsiasi altra teocrazia, il Dalai e i Lama di alto rango vivessero nel lusso (basti pensare all'immensa magnificenza del Potala Palace) mentre la maggioranza della popolazione si trovava in uno stato di arretratezza culturale e sociale tale da non avere accesso non solo ad un'istruzione basilare, ma nemmeno a servizi sanitari che garantissero la sopravvivenza dei malati. Ancora nella prima metà del '900 in Tibet vigeva la schiavitù.

E tale regime rimase in vigore anche dopo la prima e non cruenta invasione della Cina in Tibet nel 1951, la quale era volta più a riaffermare la sua influenza su quel territorio contro le mire espansionistiche di Inghilterra (oggi in prima linea con una posizione pro-indipendentismo tibetano) e India, che non ad una vera e propria conquista, anche perché il Tibet già da secoli - più o meno a partire dal tredicesimo secolo - si trovava sotto la sfera di controllo cinese, sia da un punto di vista economico che, soprattutto, politico e militare. Ed infatti in questa prima occasione la Cina si limitò ad affermare il proprio dominio militare sulla zona e a prendere il controllo della politica estera del paese. Per quanto riguarda la sfera interna, il Dalai Lama manteneva intatta l'autorità sul suo territorio e nessun bene venne confiscato ai monaci feudali; anzi, sul fronte interno, la Cina si limitò ad avviare un processo di ammodernamento del paese attraverso la costruzione di strade ed ospedali.

Ma la situazione era destinata ad esplodere in quanto i signori feudali tibetani temevano che fosse solo una questione di tempo prima che i comunisti cinesi imponessero la loro visione egualitaristica anche sul Tibet. E pertanto tra il 1956 e il 1957 ci fu un tentativo di riaffermazione completa dell'oligarchia monastica sul territorio tibetano. Convogli dell'Esercito di Liberazione Cinese furono assaltati da bande di tibetani armati che potevano contare sull'appoggio della CIA che forniva ai ribelli mezzi, campi e addestramento, e all'estero supportava la reazione a livello propagandistico mediante strumenti apparentemente impegnate nell'affermazione dei diritti umani come la "American Society for a Free Asia". Alla rivolta parteciparono elementi dell'esercito del Lama e molti monaci, ma in larga parte la popolazione rimase in disparte e non venne coinvolta nello scontro: e non perche fosse a favore del regime cinese, quanto perché non aveva nessun interesse a combattere in difesa di un oppressivo regime feudale di matrice teocratica.

Nel 1959, la rivolta fu repressa nel sangue e la Cina prese, nel bene e nel male, il controllo completo del paese: quindi da un lato applicando lo stesso regime di controllo di matrice militare già vigente nel resto del paese, e dall'altro impegnandosi in un processo di parificazione di quella arretrata regione alle altre, annullandone progressivamente il divario attraverso l'abolizione della schiavitù e della servitù, l'abbassamento dei tassi di interesse che costituivano una fonte di rovina e schiavitù per la maggioranza della popolazione, la costruzione di strade, scuole pubbliche, ospedali, acquedotti, sistemi di fornitura di energia elettrica, etc.

Tornando ad oggi, e a partire dalle proteste concentratesi attorno alla fiaccola olimpica, la domanda che quindi sorge alla luce di tutto ciò é: come è possibile che un simbolo di pace venga attaccato da persone, magari anche armate di buoni principi, che protestano contro una nazione che non rispetta i diritti umani ma in favore di una teocrazia che li rispettava ancora meno? E allo stesso tempo com'è possibile che si scatenino reazioni di protesta così violente a fronte di violazioni dei diritti umani quantitativamente e qualitativamente di gran lunga inferiori a quanto messo in atto, ad esempio, dai paesi NATO nei Balcani e in Medio Oriente (che in proporzione alla maggiore violenza esercitata hanno pertanto ricevuto reazioni decisamente più accondiscendenti)?

Tolti coloro che sono in evidente malafede, e che quindi si schierano con il fronte del Dalai Lama per interessi personali e/o per scelte ideologiche; tolti coloro che non accedendo a mezzi d'informazioni non istituzionali (quindi libri e internet anziché stampa, televisione, etc.) non hanno modo di approfondire la questione attraverso dati storici concreti; rimane tutta una fetta di persone che, pur avendo in buona fede a cuore le sorti del popolo tibetano e pur entrando in contatto con elementi che potrebbero permettere la modifica di un giudizio che va contro i loro dichiarati obiettivi, vi rimangono invece ancorati negando le evidenze.

Una spiegazione ruota attorno al trionfo del valore dell'immagine sulla realtà effettiva dei fatti. Cioé di una forma di schizofrenia collettiva in cui persone normalmente dotate di senso critico si trovano a soccombere di fronte ad un elemento simbolico che trascende la realtà dalla quale invece, secondo una normale dialettica razionale, dovrebbe derivare il proprio valore. Il Tibet autonomo, pacifico e spirituale per il quale vengono organizzate manifestazioni e proteste non esiste e non è mai esistito, è solamente un'immagine romantica proveniente in parte da un romanticismo lisergico che trova le proprie origini nel hippiesmo degli anni '60, e in parte dalla propaganda dei movimenti anti-cinesi (che spesso annoverano tra le loro fila gli esuli, o gli eredi di quegli esuli, che con l'invasione cinese hanno perduto status, ricchezze e privilegi, quando non anche forze economiche concorrenti che mirano ad indebolire e ridurre la sfera d'influenza dell'avversario). Pertanto, decidere di manifestare comunque in favore di qualcosa che non è mai esistito è il risultato di una propaganda che non si limita a mentire e a modificare le notizie, ma che si sposta su un piano più elevato, simbolico, in modo tale da sottrarsi alla confutazione derivante da fatti e notizie che potrebbero smentirla.

Si tratta fondamentalmente di un modello di pensiero tipico del capitalismo di ultima generazione in cui il valore di un oggetto si sgancia dalla sua effettiva realtà per inserirsi in contesti di valore completamente diversi; e il simbolico non si lascia semplicemente discutere o confutare dai fatti poiché inserisce l'oggetto cui fa riferimento in una trama di concetti e valori astratti che non necessariamente prevedono un fondamento reale o una coerenza interna. Il simbolico non agisce sul piano del convincimento razionale, ma su quello delle credenze dell'individuo, cioé su un piano che rasenta più la fede che non la ragione.

In questo caso, l'intensità della protesta si sgancia dalla proporzionalità effettiva generata dal contesto storico e dall'effettiva drammaticità della situazione, per ancorarsi ad un elemento astratto quale il valore simbolico del Tibet nell'immaginario collettivo: un simbolo di pace e spiritualità da affermare indipendemente dal fatto che questi valori abbiano dei fondamenti reali o meno. I movimenti sociali si sganciano dalla contestualizzazione dei loro oggetti per muoversi in un piano determinato da un sistema di segni ed immagini che tendono a propagarsi in modo autoreferenziale rifiutando quel confronto dialettico che potrebbe avvenire solo mediante un'analisi concreta degli oggetti in discussione. La teocrazia tibetana era feudale, schiavista, violenta, oppressiva ed oscurantista, ma nel corso dei suoi 50 anni di esilio è riuscita a sublimare la propria immagine in un simbolo di pace e spiritualità. Ed oggi, anche chi protesta in buona fede in favore del Tibet aderisce a valori che considera positivi su un piano astratto, ma sul piano concreto supporta una reazione latentemente violenta e oscurantista: si tratta di brand management della protesta. E lavorare sul simbolico e sull'immaginario collettivo, anziché su fatti concreti e verificabili, è il concreto campo d'azione di qualsiasi efficace strategia pubblicitaria: aumentare il valore e l'appetibilità di un oggetto aumentandone il valore attraverso la sua trasformazione in un simulacro.

Da un punto di vista razionale non si può essere coerentemente a favore dell'insurrezione tibetana e contemporaneamente contrari, ad esempio, all'intervento militare in Iraq o Afghanistan, per il semplice fatto che le premesse, le dinamiche di sviluppo e gli obiettivi, una volta ricontestualizzati, coincidono. Non è possibile a meno che non ci si sposti su un piano simbolico in cui i simulacri riescono a sostituirsi pienamente al reale fino ad aggiungere valori in realtà inesistenti che vanno ad agire artificiosamente sugli equilibri delle forze in gioco. Un gioco in cui i violenti provocatori filo-teocratici tibetani diventano così un simbolo di libertà, e allo stesso tempo la legittima reazione della Cina nei confronti di disordini sul proprio territorio, anche a tutela degli innocenti civili coinvolti (cioé niente di più e niente di meno di quanto farebbe, ad esempio, l'Inghilterra in Irlanda del Nord se qualche centinaio di appartenenti all'IRA mettessero a ferro e fuoco Belfast) si trova ad essere trasformata in un mostro di violenza mitologica.
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26/03/2008

Little Lies

Bisogna garantire diritti alle coppie di fatto MA ANCHE non dimenticare che la famiglia si fonda sul matrimonio.
Bisogna garantire la laicità dello Stato MA ANCHE ricordare che le radici della cultura italiana sono inscindibili dalla Chiesa Cattolica.
Bisogna combattere il dramma della precarietà lavorativa MA ANCHE far sì che le aziende possano svilupparsi in modo dinamico e flessibile senza eccessivi vincoli burocratici.
Bisogna rifiutare la guerra come uno strumento di risoluzione dei conflitti tra nazioni MA ANCHE ricordare che l'Italia fa parte di un contesto di accordi ed impegni internazionali da cui non si può sottrarre.
Bisogna far rispettare i diritti di Israele MA ANCHE andare incontro alle ragioni di Hamas.


Secondo i principi della logica formale, attribuire uno stesso valore ad una proposizione e alla sua negazione è una contraddizione, e pertanto è sempre falsa. Se in rispetto del principio d'identità A è uguale ad A, allora in base al principio di non contraddizione non si può sostenere che A sia ANCHE uguale a non-A. Traducendo le frasi di cui sopra (e tutti le eventuali affini - per forma ancora prima che per contenuto) in una simbologia logica si arriverebbe alla conclusione che tendono tutte alla contraddizione, e pertanto sono affermazioni che non possono non essere considerate false.

Orwell definiva l'assunzione di posizioni contradditorie da parte del Partito del Grande Fratello in 1984 come "bispensiero". Attraverso questa ideologia il partito aveva la possibilità di sostenere qualsiasi tesi, e di conseguenza di adottare qualsiasi politica, senza mai uscire dall'ortodossia totalitaria. Infatti, la negazione del principio di bivalenza - quello secondo cui posta una proposizione P all'interno di un insieme, questa può essere vera o falsa, ma non entrambe - fa sì che non sia più possibile rifiutare una proposizione come falsa anche quando la sua negazione viene posta come vera. L'ovvia conseguenza a livello pratico è che in qualsiasi momento il Partito poteva modificare radicalmente la sua azione politica, anche mettendo in pratica l'esatto opposto di quanto aveva affermato fino a poco tempo prima, senza dover giustificare in alcun modo tale azione presso la comunità.

Per quanto le vicende narrate nel romanzo orwelliano siano da intendere come una rilettura in chiave fantascientifica dei grandi regimi totalitari del '900, e malgrado la figura del Grande Fratello fosse modellata perlopiù sulle figure di Stalin e Hitler, il rifiuto del principio di non contraddizione in favore di una dialettica finalizzata all'unione degli opposti trova una sua formulazione esplicita nell'opera di Mao Tse Tung (e consequenzialmente in quello che si costituirà come regime in Cina). Il rifiuto di Mao del principio di identità si basava sull'assunto che la logica formale non rispecchiasse l'evoluzione dei concetti nel corso del tempo, e che pertanto non permettesse di riconsiderare in momenti successivi il valore attribuito ad una determinata proposizione: attribuendo ad ogni proposizione un valore assoluto si andrebbe a negare qualsiasi possibilità di trasformazione. E così, alterando e trasformando i modelli astratti della logica formale in strumenti ideologici dell'immobilismo borghese, Mao li politicizzava sottomettendoli al giudizio di un pensiero dialettico posto come origine dei valori di verità.

Ma tali critiche alla logica formale risultavano ingiustificate in quanto ponevano come elemento centrale della loro argomentazione un fattore che in tale contesto non era assolutamente in discussione: il tempo inteso come mutamento delle condizioni poste inizialmente. A partire dall'assunzione secondo cui il fatto che la proposizione P sia vera al momento T1 non significa che lo sia anche al momento T2, secondo la dialettica maoista sarebbe possibile sostenere come vere sia P che non-P. Il che sarebbe anche corretto, ma costituisce un aspetto che non viene mai messo in discussione dalla logica formale in quanto, perlomeno a livello assiomatico, i modelli all'interno dei quali vengono valutati i valori delle diverse proposizioni sono statici e non dinamici (perlomeno fino a quando si parla di principi quali identità, non contraddizione, bivalenza, terzo escluso, etc.).

E come la messa in discussione da parte di Mao del principio di non contraddizione aveva un valore politico ancora prima che logico matematico (è quasi superfluo notare come l'opera maoista abbia avuto un ruolo importante nella cultura politica novecentesca, ma praticamente nessuno in ambito logico scientifico), così la differenza che si viene a generare ha risvolti tutt'altro che astratti: attraverso il rifiuto del principio di non contraddizione si allontana il baricentro dell'analisi della veridicità dei fatti, svincolandola dal mondo empirico in favore di un pensiero che di volta in volta sia in grado di (auto)giustificarsi dialetticamente. Ovvia conseguenza è che nella prassi politica il rapporto tra governanti e governati si inverte: non sono più i governanti a doversi adeguare agli impegni presi con i governati, ma sono questi ultimi a doversi adeguare di volta in volta alle mutevoli linee di azione di chi controlla il potere (il Partito, il Grande Fratello, etc.).
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