Continuano le proteste in favore dell'autonomia del Tibet, tanto che in occasione del suo passaggio da Parigi la torcia olimpica si trova ad essere spenta due volte a causa delle pressioni esercitate da un gruppo di attivisti pro-Tibet. Indipendentemente dal fatto che storicamente possa di volta in volta essere stata rispettata o meno, la torcia olimpica, quale simbolo dei relativi giochi, nell'immaginario collettivo è sempre apparsa come un segno di pace e non come uno strumento di lotta politica. Invece, paradossalmente, la richiesta di boicotaggio delle Olimpiadi si muove proprio in direzione della trasformazione dell'evento che, perlomeno in teoria, dovrebbe prevedere la tregua dei partecipanti in una zona di scontro .
Trascurando in quanto marginale e secondario il fatto che questo o altri gruppi di attivisti pro-Tibet possano essere una più o meno una sparuta minoranza, non sembra comunque possibile liquidare lo schieramento di una larga fetta dell'opinione pubblica dalla parte dei monaci solo come un semplice effetto di una propaganda mass mediatica. Infatti una parte di questa opinione, anche di fronte all'evidenza di dati storici, continua a sostenere le ragioni di quella che è in modo evidente un'oligarchia aristocratica che tenta di strumentalizzare l'esposizione mediatica della Cina in occasione dell'evento olimpico, al fine di una reazione volta a riaffermare privilegi da tempo perduti (come ad esempio viene esplicitamente sostenuto in
questo sito a favore dell'indipendentismo tibetano). E tutto ciò non senza la collaborazione dei media istituzionali occidentali che non mancano di sottolineare frequentemente gli aspetti di repressione violenta da parte della polizia cinese accennando invece poco (o per nulla) alle
vittime e ai danni causati dai rivoltosi che sono invece la causa concreta della reazione poliziesca, come ad esempio nel caso delle cinque commesse di età compresa tra i 18 e i 24 anni
arse vive in un negozio di Lhasa.
Quella del Tibet pacifico e spirituale è un'immagine romantica che riesce a propagarsi nonostante l'evidenza di un Dalai Lama che riveste un ruolo politico molto concreto ed attivo, e al contempo ben poco spirituale, in tutta la vicenda - e un esempio di ciò è la sua risposta a Nancy Pelosi, presidente del parlamento statunitense, in cui, a seguito della dichiarazione di questa in favore di un Tibet indipendente, rispondeva ringraziando e definendo gli Stati Uniti come "campioni di libertà e democrazia". Una dichiarazione che non stupisce affatto se si considera che a partire dagli anni '60, come testimoniato dai documenti rilasciati nel 1998 dal Dipartimento di Stato statunitense, il Dalai Lama si trova inserito tra gli esuli tibetani nel libro paga della CIA. Un fatto questo che non solo non è mai stato smentito dal diretto interessato, ma che è stato confermato dalla sua dichiarazione secondo cui gli 1.7 milioni di dollari annuali che la CIA sborsava servivano per finanziare squadre di guerriglieri da mandare in Tibet per destabilizzare e poi rovesciare il governo maoista. E come del resto non stupisce se si pensa, per fare un altro esempio, che nel 2001 alla direzione del "Tibet Fund", un'organizzazione impegnata in prima linea nella propaganda dell'idea del Dalai Lama come legittimo sovrano del territorio tibetano, c'era anche
Sharon Bush, cognata dell'attuale presidente degli Stati Uniti.
Distaccandosi da una visione idealizzata, e non suffragata da alcun dato, di un Tibet tanto pacifico e spirituale quanto inesistente, tutta la vicenda si spoglia di qualsiasi particolarità per diventare estremamente ordinaria. Facendo una breve panoramica, è facile notare come, prima dell'annessione cinese e come in qualsiasi altra teocrazia, il Dalai e i Lama di alto rango vivessero nel lusso (basti pensare all'immensa magnificenza del Potala Palace) mentre la maggioranza della popolazione si trovava in uno stato di arretratezza culturale e sociale tale da non avere accesso non solo ad un'istruzione basilare, ma nemmeno a servizi sanitari che garantissero la sopravvivenza dei malati. Ancora nella prima metà del '900 in Tibet vigeva la schiavitù.
E tale regime rimase in vigore anche dopo la prima e non cruenta invasione della Cina in Tibet nel 1951, la quale era volta più a riaffermare la sua influenza su quel territorio contro le mire espansionistiche di Inghilterra (oggi in prima linea con una posizione pro-indipendentismo tibetano) e India, che non ad una vera e propria conquista, anche perché il Tibet già da secoli - più o meno a partire dal tredicesimo secolo - si trovava sotto la sfera di controllo cinese, sia da un punto di vista economico che, soprattutto, politico e militare. Ed infatti in questa prima occasione la Cina si limitò ad affermare il proprio dominio militare sulla zona e a prendere il controllo della politica estera del paese. Per quanto riguarda la sfera interna, il Dalai Lama manteneva intatta l'autorità sul suo territorio e nessun bene venne confiscato ai monaci feudali; anzi, sul fronte interno, la Cina si limitò ad avviare un processo di ammodernamento del paese attraverso la costruzione di strade ed ospedali.
Ma la situazione era destinata ad esplodere in quanto i signori feudali tibetani temevano che fosse solo una questione di tempo prima che i comunisti cinesi imponessero la loro visione egualitaristica anche sul Tibet. E pertanto tra il 1956 e il 1957 ci fu un tentativo di riaffermazione completa dell'oligarchia monastica sul territorio tibetano. Convogli dell'Esercito di Liberazione Cinese furono assaltati da bande di tibetani armati che potevano contare sull'appoggio della CIA che forniva ai ribelli mezzi, campi e addestramento, e all'estero supportava la reazione a livello propagandistico mediante strumenti apparentemente impegnate nell'affermazione dei diritti umani come la "American Society for a Free Asia". Alla rivolta parteciparono elementi dell'esercito del Lama e molti monaci, ma in larga parte la popolazione rimase in disparte e non venne coinvolta nello scontro: e non perche fosse a favore del regime cinese, quanto perché non aveva nessun interesse a combattere in difesa di un oppressivo regime feudale di matrice teocratica.
Nel 1959, la rivolta fu repressa nel sangue e la Cina prese, nel bene e nel male, il controllo completo del paese: quindi da un lato applicando lo stesso regime di controllo di matrice militare già vigente nel resto del paese, e dall'altro impegnandosi in un processo di parificazione di quella arretrata regione alle altre, annullandone progressivamente il divario attraverso l'abolizione della schiavitù e della servitù, l'abbassamento dei tassi di interesse che costituivano una fonte di rovina e schiavitù per la maggioranza della popolazione, la costruzione di strade, scuole pubbliche, ospedali, acquedotti, sistemi di fornitura di energia elettrica, etc.
Tornando ad oggi, e a partire dalle proteste concentratesi attorno alla fiaccola olimpica, la domanda che quindi sorge alla luce di tutto ciò é: come è possibile che un simbolo di pace venga attaccato da persone, magari anche armate di buoni principi, che protestano contro una nazione che non rispetta i diritti umani ma in favore di una teocrazia che li rispettava ancora meno? E allo stesso tempo com'è possibile che si scatenino reazioni di protesta così violente a fronte di violazioni dei diritti umani quantitativamente e qualitativamente di gran lunga inferiori a quanto messo in atto, ad esempio, dai paesi NATO nei Balcani e in Medio Oriente (che in proporzione alla maggiore violenza esercitata hanno pertanto ricevuto reazioni decisamente più accondiscendenti)?
Tolti coloro che sono in evidente malafede, e che quindi si schierano con il fronte del Dalai Lama per interessi personali e/o per scelte ideologiche; tolti coloro che non accedendo a mezzi d'informazioni non istituzionali (quindi libri e internet anziché stampa, televisione, etc.) non hanno modo di approfondire la questione attraverso dati storici concreti; rimane tutta una fetta di persone che, pur avendo in buona fede a cuore le sorti del popolo tibetano e pur entrando in contatto con elementi che potrebbero permettere la modifica di un giudizio che va contro i loro dichiarati obiettivi, vi rimangono invece ancorati negando le evidenze.
Una spiegazione ruota attorno al trionfo del valore dell'immagine sulla realtà effettiva dei fatti. Cioé di una forma di schizofrenia collettiva in cui persone normalmente dotate di senso critico si trovano a soccombere di fronte ad un elemento simbolico che trascende la realtà dalla quale invece, secondo una normale dialettica razionale, dovrebbe derivare il proprio valore. Il Tibet autonomo, pacifico e spirituale per il quale vengono organizzate manifestazioni e proteste non esiste e non è mai esistito, è solamente un'immagine romantica proveniente in parte da un romanticismo lisergico che trova le proprie origini nel hippiesmo degli anni '60, e in parte dalla propaganda dei movimenti anti-cinesi (che spesso annoverano tra le loro fila gli esuli, o gli eredi di quegli esuli, che con l'invasione cinese hanno perduto status, ricchezze e privilegi, quando non anche forze economiche concorrenti che mirano ad indebolire e ridurre la sfera d'influenza dell'avversario). Pertanto, decidere di manifestare comunque in favore di qualcosa che non è mai esistito è il risultato di una propaganda che non si limita a mentire e a modificare le notizie, ma che si sposta su un piano più elevato, simbolico, in modo tale da sottrarsi alla confutazione derivante da fatti e notizie che potrebbero smentirla.
Si tratta fondamentalmente di un modello di pensiero tipico del capitalismo di ultima generazione in cui il valore di un oggetto si sgancia dalla sua effettiva realtà per inserirsi in contesti di valore completamente diversi; e il simbolico non si lascia semplicemente discutere o confutare dai fatti poiché inserisce l'oggetto cui fa riferimento in una trama di concetti e valori astratti che non necessariamente prevedono un fondamento reale o una coerenza interna. Il simbolico non agisce sul piano del convincimento razionale, ma su quello delle credenze dell'individuo, cioé su un piano che rasenta più la fede che non la ragione.
In questo caso, l'intensità della protesta si sgancia dalla proporzionalità effettiva generata dal contesto storico e dall'effettiva drammaticità della situazione, per ancorarsi ad un elemento astratto quale il valore simbolico del Tibet nell'immaginario collettivo: un simbolo di pace e spiritualità da affermare indipendemente dal fatto che questi valori abbiano dei fondamenti reali o meno. I movimenti sociali si sganciano dalla contestualizzazione dei loro oggetti per muoversi in un piano determinato da un sistema di segni ed immagini che tendono a propagarsi in modo autoreferenziale rifiutando quel confronto dialettico che potrebbe avvenire solo mediante un'analisi concreta degli oggetti in discussione. La teocrazia tibetana era feudale, schiavista, violenta, oppressiva ed oscurantista, ma nel corso dei suoi 50 anni di esilio è riuscita a sublimare la propria immagine in un simbolo di pace e spiritualità. Ed oggi, anche chi protesta in buona fede in favore del Tibet aderisce a valori che considera positivi su un piano astratto, ma sul piano concreto supporta una reazione latentemente violenta e oscurantista: si tratta di
brand management della protesta. E lavorare sul simbolico e sull'immaginario collettivo, anziché su fatti concreti e verificabili, è il concreto campo d'azione di qualsiasi efficace strategia pubblicitaria: aumentare il valore e l'appetibilità di un oggetto aumentandone il valore attraverso la sua trasformazione in un simulacro.
Da un punto di vista razionale non si può essere coerentemente a favore dell'insurrezione tibetana e contemporaneamente contrari, ad esempio, all'intervento militare in Iraq o Afghanistan, per il semplice fatto che le premesse, le dinamiche di sviluppo e gli obiettivi, una volta ricontestualizzati, coincidono. Non è possibile a meno che non ci si sposti su un piano simbolico in cui i simulacri riescono a sostituirsi pienamente al reale fino ad aggiungere valori in realtà inesistenti che vanno ad agire artificiosamente sugli equilibri delle forze in gioco. Un gioco in cui i violenti provocatori filo-teocratici tibetani diventano così un simbolo di libertà, e allo stesso tempo la legittima reazione della Cina nei confronti di disordini sul proprio territorio, anche a tutela degli innocenti civili coinvolti (cioé niente di più e niente di meno di quanto farebbe, ad esempio, l'Inghilterra in Irlanda del Nord se qualche centinaio di appartenenti all'IRA mettessero a ferro e fuoco Belfast) si trova ad essere trasformata in un mostro di violenza mitologica.